AIKIDO > L'Aikido in pillole

25
APR
2015

Quando si pratica il Budo?

A mio avviso non è sufficiente praticare un’arte marziale (Aikido, Karate-do, Iaido, ecc) per affermare di seguire un Do, una “via”. Il semplice praticare delle tecniche di combattimento oppure dei kata non significa seguire una via marziale.

Ma quando si pratica, allora, il Budo?

Quando la pratica della tecnica favorisce la ricerca interiore, quando la pratica corporea si unisce allo spirito, quando forte diventa il desiderio dell’artista marziale di coniugare mente e corpo poiché intuisce che questa unione lo eleva ben oltre alla semplice sommatoria dei due elementi.

In definitiva, la pratica del combattimento nel budo diventa un metodo di formazione dell’uomo.

Andrea Caliò

19
GEN
2015

Umiltà

“Di fronte alla grandezza del Maestro Ueshiba, che ho avuto la fortuna di conoscere solo nei suoi ultimi anni, mi sento come una pozza d’acqua a fianco di un oceano. Così non commetterò mai lo sbaglio di voler rappresentare la sua tecnica inimitabile.

Agisco unicamente su richiesta di coloro che trovano che una piccola candela possa comunque essere di una certa utilità quando l’oscurità è completa.

Sarei invece felice se l’immaginazione dei praticanti fosse abbastanza forte da cogliere, attraverso di me, il messaggio d’Amore di cui parlava il grande Maestro.”

Itsuo Tsuda

Ho voluto riportare un brano degli scritti del Maestro Itsuo Tsuda volgendo il pensiero a quanti si sentono più o meno palesemente i portatori del “verbo” dell’Aikido.

Di coloro che guardano dall’alto in basso chi non aderisce al loro modo di praticare e di interpretare l’Aikido.

Nel contempo il Koki Dojo fa proprio il messaggio di umiltà che il M° Tsuda lancia al mondo dell’Aikido!

Andrea Caliò

04
SET
2014

La pratica non è solo forma, c’è di più!

Diciamo meglio che la pratica marziale, soprattutto, non è solo forma, intesa come studio della tecnica di combattimento.

Lo studio della tecnica è importante nei primi anni il cui scopo è quello di far acquisire al principiante la giusta forma e le regole sottese al funzionamento della stessa. Similmente allo studio della lingua scritta e parlata, in cui si impara l’alfabeto, la costruzione delle parole e le regole grammaticali che governano la lingua stessa.

Ad un certo punto la creatività del singolo, all’interno delle regole grammaticali piuttosto che della tecnica marziale, ha libero sfogo espressivo, si libera delle gabbie (regole grammaticali e tecniche di combattimento) utili nelle fasi iniziali dell’apprendistato per lasciare spazio al valore dell’uomo, quando, cioè, la forma viene riempita dai contenuti umani il risultato è la realizzazione dell’uomo, dell’opera d’arte.

Andrea Caliò

07
APR
2014

Uguaglianza sociale

Nell’antico Giappone la società civile era suddivisa in classi quali: samurai, contadini, commercianti ecc., ognuna caratterizzata da un abbigliamento diverso dalle altre. In qualche misura anche nella civiltà moderna riusciamo ad apprezzare stili diversi nell’abbigliarsi che consentono, con approssimazione, di riconoscere l’area di appartenenza della persona ad un certo ceto sociale piuttosto che lavorativo.

Nella pratica delle arti marziali tutto questo non avviene poiché l’abbigliamento è unico, ogni praticante è uguale all’altro in tutti i sensi. Nel dojo non devono esistere differenze derivanti dal tipo di lavoro svolto piuttosto che la condizione economico-sociale.

L’unica differenziazione deriva dall’esperienza accumulata nella pratica marziale la quale richiede la giusta attitudine, tecnica ed il giusto comportamento, unici motivi di distinzione accettati all’interno del dojo e che costituiscono elementi idonei a stabilire una struttura organizzata.

Andrea Caliò

28
GEN
2014

Zanshin

Zanshin è un termine giapponese utilizzato nelle arti marziali, cosa significa? È una domanda interessante e per niente facile da spiegare, la quale apre uno spiraglio di riflessione e approfondimento che travalica il Dojo, luogo all’interno del quale si pratica un’arte marziale.

Zanshin significa attenzione verso quello che accade attorno a noi, significa cogliere i più piccoli cambiamenti che si verificano nella nostra sfera spaziale, emotiva e sensoriale.

Nell’ambito della pratica dell’Aikido io intendo, per esempio, la capacità di rimanere “collegato” al compagno che abbiamo appena proiettato; significa fare attenzione a proiettare in un luogo sicuro, libero da pericoli evidenti o potenziali il nostro partner, accompagnarlo idealmente nella caduta come se lo facessi fisicamente.

Nella pratica dello Iaido, zanshin significa interpretare le intenzioni del mio avversario al fine di realizzare “Saya no uchi”.

Zanshin vuole anche dire, al di fuori del dojo, prendersi cura degli altri, corrispondere alle esigenze piccole e grandi di chi ci sta accanto senza che essi le debbano esprimere palesemente. In sostanza saper cogliere i segnali che arrivano dall’ambiente esterno umano e materiale.

Andrea Caliò

02
DIC
2013

Sacralità del Dojo

Prima di iniziare un allenamento di Aikido seguiamo l’Etichetta costituita da una serie di “adempimenti” quali: il posizionare le scarpe a bordo del tatami in un dato modo, salutare il Kamiza quando si monta sulla tappetina, ecc. ecc..

A cosa serve fare tutto questo? A mio modo di vedere sicuramente insegna al neofita che ci sono delle regole alle quali attenersi, uniformando, così, il proprio comportamento a quello dei più anziani e ad una tradizione consolidata nei secoli.

Soprattutto e sottolineo soprattutto, il vero scopo dell’etichetta è quello di far transitare il praticante in una dimensione spazio-temporale diversa, idonea ad intraprendere un cammino di conoscenza. Infatti, dal ritmo frenetico della vita quotidiana si passa ad un ritmo che predispone l’aikidoka a scoprire non tanto le tecniche di questa affascinante arte marziale, ma a scoprire qualcosa di più prezioso: “se stesso”.

Per mutuare un termine dalla Religione oserei affermare che facendo il saluto entrando nel dojo sacralizza il praticante che lo rende.

Andrea Caliò

24
NOV
2013

Il Principiante

Chi inizia l’Aikido si trova ad affrontare un fenomeno particolare e per certi versi destabilizzante per il principiante.

Mi riferisco all’impatto emotivo causato dallo sbagliare, ad esempio, il prendere la mano destra invece della mano sinistra come indicato dal maestro, oppure dover muovere il piede destro e trovarsi a spostare il sinistro richiesto dall’esecuzione di una certa tecnica, sperimentando l’imbarazzo di chi si rende conto di non sapere usare il proprio corpo.

A voi è mai capitato? A me sì, e non è per niente piacevole vivere quel senso di inadeguatezza dato dal prendere coscienza di non saper usare il proprio corpo che invece davamo ampiamente per scontato!

Andrea Caliò

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